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Babylonia: il sofferto ritorno con Multidimensional – La recensione di SPL80

Published on novembre 8, 2015 by   ·   No Comments

Babylonia_Multidimensional-coverTornano i Bayblonia, alfieri del synthpop italiano e una delle poche band capaci nel nostro Paese di seguire le orme dei grandi gruppi di elettronica anglosassone.

A 2 anni di distanza da Tales Of Loving Hearts (disco che comprendeva sia inediti sia cover), la band di Max Giunta torna con con un album che è un vero e proprio viaggio nelle emozioni dell’essere umano alle prese con il più grande mistero che accompagna la vita. Realizzato con la collaborazione di Steve Lyon (Depeche Mode, The Cure, Subsonica), Marco Barusso (Nek, Modà. Lacuna Coil),Stefano Mariani (Daniele Silvestri, Paola Turci, PFM) e Ivan Ciccarelli (Antonella Ruggiero), Multimensional conta di 11 tracce:

Penumbra; Save The World; 1+1=1; Love Is Healing; Back To You; My Song Is Love; I Breathe; Traces Of You; Down The Road; The Sign; Where Beauty Lives; Embrace Me; A Te Che Resti

Il disco si segnala per un’aderenza ancora maggiore ai suoni dark elettronici, fondamento del sound dei Depeche Mode da sempre punto di riferimento della band.

Nell’opening track Penumbra, sono molti i richiami al sound della band di Dave Gahan ed anche l’argomento del brano richiama i testi cupi di Martin Gore, il sound dei DM riecheggia anche nella intro di Save The World, brano che evidenzia la forza dei sentimenti, ma che poi si apre ad un refrain meno cupo supportati da un arrangiamento electropop e da un ritmo incalzante. Molto interessante la successiva 1+1=1 anche qui i sentimenti e le relazioni sono al centro dei testi, ma la parte più interessante è quella musicale con strofe cupe sottolineate dal cantato sommesso di Max a cui si abbinano ritornelli solari e molto più dance ma anche un finale sottolineato da un cantato che si fa quasi gotico. Il brano è un riuscito mix che evidenzia i due lati della band: dark e malinconico ma anche dance e solare.

BABYLONIA-finestraViolini, chitarre e synth sono i protagonisti del primo singolo Love Is Healing: scelto dalla band come primo singolo per il sound internazionale e meno cupo rispetto ad altri brano del disco, è un inno all’amore come forza trascinante. Nel brano si sente il tocco di Steve Lyon, producer (guarda caso) proprio dei Depeche Mode. Il ritornello è decisamente orecchiabile ed entra subito in testa, decisamente una scelta azzeccata come primo singolo soprattutto per una band che veniva da un silenzio troppo lungo.

Back To You è uno dei brani più solari dell’album, frutto dell’alchimia tra un cantato anni ’80 e melodie che strizzano l’occhio ai 60’s, il pezzo è decisamente synthpop e racconta del viaggio della vita, con gli errori, le gioie ed i dolori che ne segnano il cammino, ma sempre con la possibilità di ritornare dalla persona amata. I ritmi si fanno più soffusi, l’elettronica (almeno quella dei suoni perché è invece notevole il lavoro sulla voce di Max) si fa minimale e lasciando spazio a violini e chitarre acustiche per la prima vera ballad dell’album, My Song Is Love pezzo molto coinvolgente e d’atmosfera. La successiva I Breathe è, probabilmente, la miglior traccia del disco: un intro sinfonica con violini ed archi apre la strada ad un pezzo dalle spiccate sonorità dance. Il disco prosegue con Traces Of You all’insegna di sonorità elettroniche rilassate, un buon collante tra una traccia veloce come I Breathe e le successive, decisamente più sofferte come Down The Road, probabilmente la canzone più scura, il frutto più amaro del disco, dove sono rirprese le sonorità iniziali dell’album e nel testo si parla delle fragilità dell’uomo di fronte alle difficoltà della vita, musiche e testi che riflettono molto le influenze Depeche della band. Registro musicale diverso ma atmosfere cupe anche in The Sign, brano caratterizzato da un cantato sofferto condito da un testo con richiami religiosi mentre alcuni sprazzi della melodia richiamano, ad un orecchio attento, la By My Side di Motel La Solitude. I ritmi si rallentano BABYLONIA-foto-cortile-1con la seconda ballad dell’album Where The Beauty Lives, un brano di fatto solo piano e voce, accompagnato da pochissimi altri elementi acustici, pezzo decisamente d’atmosfera. L’ultimo brano in inglese dell’album, Embrace Me, è un brano dall’anima elettronica caratterizzato da synth vintage che, grazie alla ghost track Un Gabbiano Che Vola, rappresenta un ponte verso la conclusiva verso A Te Che Resti, l’unico brano in italiano di Multidimensional che deriva da un vecchio provino di Robbie Rox dal quale sono state recuperate le chitarre e la voce originali. In bilico tra consolazione ed amarezza, la canzone è la perfetta chiusura per il lungo e, spesso, malinconico viaggio di Multidimensional.

Album molto curato negli arrangiamenti e nei suoni, Multidimensional non regala nuove sonorità a chi segue la band da tempo, solo nuove tematiche, approfondite da Max dopo la morte di Robbie. Interessante l’idea del concept album che Multidimensional rappresenta, si percepisce come il disco sia un lavoro molto sofferto che arriva dopo un periodo molto difficile per l’artista. Tuttavia, se dal punto di vista delle tematiche ci sono delle novità, dal punto di vista musicale viaggia troppo su binari già noti pur contenendo alcun pezzi molto interessanti. Max e il suo team potevano osare qualcosa di più, ma il disco risulta comunque un notevole esperimento di elettronica made in Italy.

Giudizio: 6/10

Da scaricare: I Breathe, Where The Beauty Lives

(Andrea Dasso)

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