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Nabiha: l’ottima musica che arriva dalla Danimarca

Published on ottobre 27, 2014 by   ·   No Comments

NABIHA (ARTWORK)Come sempre, si tratta di suoni che non hanno una sola origine, ma intrecciano storie anche lontanissime fra di loro. Quella di NABIHA, nata in Danimarca nel 1983 da una famiglia con radici che arrivano dal Gambia, dal Marocco, dal Mali, è una vocazione che scopre fin da ragazzina, quando canta e si veste accostando mode europee e africane.

I padri del soul, da Sam Cooke a Otis Redding, ma anche la determinazione artistica di Madonna, fanno parte del suo orizzonte da sempre, fin da quando decide che è la musica il modo migliore per esprimere la sua creatività. “Il pop è l’arte della gioia: riesce a comunicare senza bisogno di tanti preamboli. Ti fa sentire libero, oggi come cinquant’anni fa”.

Così, un paio di album, in patria, che si guadagnano l’attenzione di chi ama il pop senza recinti, e una serie di singoli che la lanciano sul mercato internazionale, trovando fan inattesi in tre star come James Morrison, Jamie Cullum e Jason DeRulo : del primo apre i concerti danesi, dagli altri due viene ingaggiata come supporter alle loro date, occasioni in cui le sue performances destano riscontri entusiastici.

È soprattutto ANIMALS, però, che oggi ha il compito di far conoscere al mondo musicale lo stile di Nabiha: una soul-dance contemporanea che spiazza continuamente, dagli accenti del rap iniziale a un ritornello che rimescola ogni carta in gioco. Le radici africane sono dappertutto: nella melodia, nel fraseggio vocale, nel gioco sincopato dei ritmi.

Nell’artista danese si ritrova così lo stesso percorso di incrocio creativo che porta avanti le cose migliori del rock odierno, dai Daft Punk a Ozark Henry. Una via che non si preoccupa di affiancare presente recentissimo e passato di grande suggestione, ma approda gioiosamente in una terra di libertà assoluta.

La voce di Nabiha fa il resto: piena e larga, capace di aprirsi alla melodia così come di ritmare il fraseggio con gli accenti dell’hip hop. Quello che conta è far emergere la canzone e che sia infettiva, ammaliante, sicuramente selvaggia.

L’ironia trafigge l’ascoltatore mentre balla, ed è solo l’inizio.

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